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Segnalato da: laRepubblica, IlGiornale, Salute33, ForumSalute.it
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Intelligenza artificiale: precisione e sicurezza in sala operatoria. Il Prof. Alberto Arezzo racconta come l’AI sta cambiando la chirurgia

Ci sono innovazioni che modificano gli strumenti. Altre, più profonde, cambiano il modo stesso di pensare la medicina.


L’intelligenza artificiale appartiene a questa seconda categoria. Non perché prometta una chirurgia “senza chirurgo”, ma perché sta progressivamente introducendo in sala operatoria una nuova dimensione: quella di una chirurgia più consapevole, più misurabile, più predittiva e, soprattutto, più sicura.


Ne parliamo con il Prof. Alberto Arezzo, Professore Ordinario di Chirurgia Generale all’Università di Torino, Presidente Eletto della European Association for Endoscopic Surgery, Direttore del MITIC – Minimally Invasive Therapy and Innovation Centre – e tra i protagonisti europei della ricerca sull’integrazione tra chirurgia mini-invasiva, robotica, intelligenza artificiale e sicurezza del paziente.


Guidare un cambiamento tecnologico di questa portata richiede però una condizione imprescindibile: una profonda esperienza clinica reale. Solo chi ha attraversato migliaia di interventi di chirurgia colorettale maggiore — e più in generale di chirurgia mini-invasiva complessa — può comprendere davvero quali gesti vadano standardizzati, quali passaggi generino rischio, quali decisioni distinguano un intervento sicuro da uno potenzialmente problematico, e come questa conoscenza possa essere trasformata in algoritmi di assistenza utili, affidabili e clinicamente significativi.


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In questa intervista, il Professore ci accompagna dentro il futuro prossimo della sala operatoria: un futuro in cui l’intelligenza artificiale non sostituisce il gesto umano, ma lo osserva, lo interpreta, lo supporta. Un futuro in cui l’AI potrà aiutare il chirurgo a riconoscere i piani anatomici corretti, evitare strutture a rischio, prevenire complicanze, garantire margini oncologici adeguati e trasformare l’esperienza del singolo esperto in conoscenza condivisa.


È una visione che nasce da anni di ricerca, dai progetti europei ERC e Horizon che il gruppo del Prof. Arezzo sta portando avanti, dai lavori scientifici in corso di pubblicazione presso il MITIC-LAB, e che troverà un momento internazionale di confronto a Torino nel giugno 2028, quando la città ospiterà il World Congress for Endoscopic Surgery, riunendo i massimi esperti mondiali di chirurgia mini-invasiva, chirurgia robotica, endoscopia avanzata, radiologia interventistica e intelligenza artificiale applicata alla cura.


Quella che segue non è soltanto un’intervista sulla tecnologia. È una riflessione su come l’AI possa rendere la chirurgia più sicura, più giusta, più personalizzata e più umana.



MITIC Lab. Minimally Invasive Therapy and Innovation Centre, Città della Salute e della Scienza ed Università di Torino


1. Professore, quando parliamo di intelligenza artificiale in chirurgia, molti immaginano ancora robot autonomi e scenari futuristici. Qual è invece, oggi, la vera rivoluzione che l’AI sta portando in sala operatoria?


«La vera rivoluzione non è il robot che opera da solo. Questa è un’immagine suggestiva, ma non rappresenta il cuore del cambiamento che stiamo vivendo.


La trasformazione più importante è un’altra: l’intelligenza artificiale sta iniziando ad aiutarci a comprendere meglio ciò che accade durante l’intervento chirurgico.


La chirurgia è sempre stata fondata su tre elementi: conoscenza anatomica, esperienza tecnica e capacità decisionale. Il chirurgo guarda un campo operatorio, interpreta ciò che vede, decide dove dissecare, dove tagliare, dove fermarsi, quando modificare strategia.


L’AI entra proprio in questo spazio: non per sostituire il chirurgo, ma per aumentare la sua capacità di vedere, interpretare e decidere.


In sala operatoria l’intelligenza artificiale può analizzare immagini video in tempo reale, riconoscere strutture anatomiche, segnalare aree a rischio, identificare fasi dell’intervento, confrontare ciò che sta accadendo con migliaia di procedure precedenti e suggerire al chirurgo quando un gesto si sta avvicinando a una zona critica.


In altre parole, l’AI può diventare una sorta di copilota intelligente.


Il pilota resta il chirurgo. La responsabilità resta del chirurgo. Ma il sistema può aiutarlo a non perdere informazioni, a mantenere alta l’attenzione nei momenti critici, a prevenire errori, a standardizzare la qualità e a ridurre la variabilità tra operatori e centri.


Questo è il punto decisivo: non una chirurgia automatica, ma una chirurgia aumentata. Una chirurgia in cui la competenza umana viene resa più sicura, più oggettiva e più riproducibile.»


2. In che modo l’intelligenza artificiale può concretamente prevenire gli errori chirurgici?


«Gli errori chirurgici raramente nascono da un singolo gesto improvviso. Molto più spesso derivano da una sequenza di piccoli fattori: una struttura anatomica interpretata male, un piano di dissezione non perfettamente riconosciuto, una trazione eccessiva, un sanguinamento che modifica la visione, una stanchezza progressiva del team, una decisione presa in condizioni di informazione incompleta.


L’intelligenza artificiale può intervenire proprio su questi passaggi.


Può, ad esempio, aiutare a riconoscere le strutture anatomiche critiche: ureteri, vasi, nervi, vie biliari, sfinteri, piani mesorettali, margini tumorali. Può evidenziare in tempo reale zone di pericolo, suggerire che il chirurgo si sta avvicinando a una struttura vulnerabile, oppure segnalare che il piano di dissezione non è quello ideale.


Può inoltre riconoscere le fasi dell’intervento. Questo è molto importante, perché ogni fase ha rischi specifici. In una resezione del retto, ad esempio, il rischio non è lo stesso durante la mobilizzazione del colon, la dissezione del mesoretto, la sezione vascolare o la preparazione dell’anastomosi. Un sistema intelligente che riconosce la fase operatoria può anticipare quali complicanze sono più probabili in quel momento.


Poi c’è un altro aspetto fondamentale: l’analisi del gesto chirurgico.


Oggi possiamo iniziare a misurare parametri che prima erano affidati solo all’occhio del maestro: fluidità del movimento, precisione della dissezione, numero di correzioni, tensione sui tessuti, tempo trascorso in una determinata fase, esposizione del campo operatorio.


Questo non serve a giudicare il chirurgo, ma a capire dove si genera il rischio. Se riusciamo a misurare il rischio, possiamo prevenirlo.


La sicurezza nasce proprio da qui: trasformare l’esperienza chirurgica da evento individuale e irripetibile a processo analizzabile, migliorabile e condivisibile.»


3. Lei parla spesso di “safety before automation”. Cosa significa questa espressione?


«Significa che prima di pensare a una chirurgia autonoma dobbiamo costruire una chirurgia più sicura.


Nel dibattito pubblico si parla molto di robot autonomi, ma in chirurgia la priorità non è sostituire il chirurgo. La priorità è ridurre complicanze, errori evitabili, variabilità dei risultati e disuguaglianze tra centri.


La domanda corretta non è: “Quando l’AI opererà al posto nostro?”


La domanda corretta è: “Come può l’AI aiutare ogni chirurgo a prendere decisioni migliori e ogni paziente a ricevere cure più sicure?”


Questo è il concetto di safety before automation.


Prima dobbiamo usare l’intelligenza artificiale per riconoscere il rischio, standardizzare i passaggi critici, migliorare la formazione, supportare il decision-making intraoperatorio, verificare l’adeguatezza oncologica del gesto chirurgico.


Solo dopo, eventualmente, potremo discutere di livelli crescenti di automazione.


La chirurgia è diversa dall’industria o dall’automotive. Ogni paziente ha una sua anatomia, una sua storia, una sua malattia. I tessuti sanguinano, si deformano, aderiscono, reagiscono. L’intervento non è mai una sequenza perfettamente prevedibile.


Per questo l’AI deve essere prima di tutto uno strumento di sicurezza, non un esercizio di spettacolarizzazione tecnologica.


Il chirurgo del futuro non sarà sostituito dall’intelligenza artificiale. Sarà un chirurgo che saprà lavorare insieme all’intelligenza artificiale, mantenendo responsabilità, giudizio clinico e capacità di adattamento.»


4. Può farci un esempio concreto: come potrebbe l’AI consigliare il gesto chirurgico ottimale durante un intervento?


«Immaginiamo una resezione oncologica mini-invasiva del retto.


Il chirurgo sta procedendo nella dissezione del mesoretto. In quel momento deve mantenere il corretto piano anatomico: troppo vicino al tumore significa rischiare un margine oncologico non adeguato; troppo lateralmente o posteriormente significa aumentare il rischio di lesioni nervose, sanguinamento, danni funzionali urinari o sessuali.


Un sistema di AI, integrato con la visione laparoscopica o robotica, potrebbe aiutare a riconoscere il piano corretto, evidenziare il mesoretto, segnalare la fascia propria, identificare aree dove la dissezione sta deviando e indicare al chirurgo che la traiettoria del gesto dovrebbe essere modificata.


Non parliamo necessariamente di un comando: “taglia qui”.


Parliamo di un supporto visivo e cognitivo: “attenzione, questo piano appare troppo profondo”, “attenzione, struttura vascolare a rischio”, “la dissezione sta entrando in un’area non ideale”, “la distanza dal margine tumorale potrebbe non essere sufficiente”.


È una differenza fondamentale.


L’AI non deve comandare il chirurgo, ma aumentare la sua consapevolezza. Deve fornire informazioni utili nel momento in cui servono, senza sovraccaricare la sala operatoria.


Questo tipo di supporto può essere particolarmente importante nei passaggi oncologici: margini di resezione, completezza della dissezione, identificazione del tumore, qualità del pezzo operatorio, preservazione dei piani anatomici.


In oncologia chirurgica, infatti, non basta rimuovere un organo. Bisogna rimuoverlo bene. L’AI può aiutarci a rendere più oggettivo ciò che oggi dipende ancora molto dall’esperienza del singolo operatore.»


5. Quindi l’intelligenza artificiale può contribuire anche all’adeguatezza oncologica dell’intervento?


«Assolutamente sì. Questo è uno degli ambiti più promettenti.


In chirurgia oncologica la sicurezza non significa soltanto evitare una complicanza immediata. Significa anche garantire che l’intervento sia oncologicamente corretto: margini adeguati, linfonodi correttamente asportati, piani anatomici rispettati, nessuna compromissione della radicalità.


Nel cancro del retto, ad esempio, sappiamo quanto sia importante la qualità della total mesorectal excision, la TME. Un piano errato può tradursi in margini più rischiosi, recidive locali, peggiori risultati funzionali.


L’AI può aiutarci in diversi modi.


Può analizzare il video operatorio e riconoscere se la dissezione sta seguendo il piano corretto.


Può integrare immagini preoperatorie, come risonanza magnetica o TC, con la visione intraoperatoria, creando una sorta di navigazione chirurgica personalizzata.


Può supportare l’identificazione dei margini tumorali, magari combinandosi con fluorescenza, imaging avanzato, radiomica e modelli predittivi.


Può infine analizzare il risultato chirurgico, non solo a posteriori, ma in tempo reale: “la qualità del gesto è coerente con gli standard oncologici attesi?”


Questa è una trasformazione enorme.


La chirurgia oncologica del futuro sarà sempre meno basata soltanto sull’impressione soggettiva e sempre più su indicatori misurabili di qualità. Non per burocratizzare l’intervento, ma per proteggere il paziente.


Adeguatezza oncologica e sicurezza intraoperatoria diventeranno due dimensioni della stessa intelligenza chirurgica.»


6. Qual è il ruolo del MITIC-LAB dell’Università di Torino in questa trasformazione?


«Il MITIC-LAB nasce proprio da questa visione: creare un luogo in cui chirurgia, ingegneria, intelligenza artificiale, robotica, imaging e scienze dei dati possano lavorare insieme.


La chirurgia del futuro non può essere costruita solo dai chirurghi, né solo dagli ingegneri. Serve un linguaggio comune. Serve che chi sviluppa algoritmi capisca cosa accade davvero in sala operatoria, e che il chirurgo impari a tradurre la propria esperienza in dati, modelli, metriche.


Al MITIC lavoriamo esattamente su questo confine.


Stiamo sviluppando e pubblicando lavori su analisi video della chirurgia mini-invasiva, riconoscimento delle fasi operatorie, valutazione della performance chirurgica, supporto decisionale intraoperatorio, ergonomia, sicurezza del gesto e integrazione tra dati clinici, immagini e outcome.


Uno dei nostri obiettivi è trasformare la sala operatoria in un ambiente capace di apprendere.


Ogni intervento produce una quantità enorme di informazioni: video, tempi, movimenti, eventi avversi, decisioni, risultati postoperatori, esiti oncologici. Oggi gran parte di queste informazioni viene persa. L’AI ci permette invece di raccoglierle, organizzarle e usarle per migliorare.


Questo non significa sorvegliare i chirurghi. Significa imparare dagli interventi.


La nostra ambizione è costruire sistemi che aiutino a capire perché alcuni interventi vanno meglio di altri, quali passaggi generano complicanze, quali gesti sono associati a risultati migliori, quali pattern predicono rischio.


È una ricerca molto concreta, perché nasce dalle domande quotidiane della sala operatoria: come posso essere più sicuro? Come posso insegnare meglio? Come posso evitare una complicanza? Come posso garantire al paziente il miglior risultato possibile?»


7. Lei è coinvolto in progetti europei ERC e Horizon. In che modo questi programmi stanno accelerando l’arrivo dell’AI nella pratica clinica?


«I grandi progetti europei sono fondamentali perché permettono di affrontare problemi che un singolo centro, da solo, non potrebbe risolvere.


L’intelligenza artificiale in chirurgia richiede dati di qualità, competenze multidisciplinari, validazione clinica, attenzione etica, sostenibilità tecnologica, interoperabilità con i sistemi sanitari, e soprattutto una domanda clinica forte.


Nei progetti ERC e Horizon che stiamo portando avanti, il punto centrale è proprio questo: non sviluppare tecnologia per il gusto della tecnologia, ma costruire strumenti che rispondano a bisogni reali della medicina.


Nei nostri programmi lavoriamo su concetti come digital twin intraoperatori, integrazione tra imaging e dati biologici, supporto alla decisione in oncologia, valutazione oggettiva della performance chirurgica, chirurgia mini-invasiva più sicura, sistemi di AI affidabili, spiegabili e centrati sul paziente.


Il digital twin, ad esempio, è un concetto molto potente. Significa creare una rappresentazione digitale del paziente e della sua malattia, integrando immagini, dati anatomici, parametri biologici, informazioni intraoperatorie e outcome attesi. In futuro potremo simulare scenari: quale intervento è più adatto? Quale piano di dissezione è più sicuro? Qual è il rischio funzionale? Qual è il rischio oncologico?


Horizon ed ERC ci permettono di mettere intorno allo stesso tavolo chirurghi, oncologi, radiologi, ingegneri, esperti di AI, bioeticisti, pazienti e industria.


Questa è la vera forza dell’Europa: costruire innovazione tecnologica mantenendo al centro sicurezza, trasparenza, responsabilità e valore sociale.


Per me l’AI in chirurgia deve nascere così: non come prodotto calato dall’alto, ma come ecosistema clinico-scientifico costruito insieme a chi cura e a chi viene curato.»



Robot Endotheranostics, Progetto ERC Synergy per la
diagnosi e terapia mininvasiva dei tumori del colon-retto


8. L’AI può cambiare anche la formazione dei chirurghi?


«Sì, e forse questo sarà uno degli impatti più rapidi e profondi.


Per secoli la formazione chirurgica si è basata su un modello sostanzialmente artigianale: osservare, assistere, eseguire sotto supervisione, ricevere feedback dal maestro. È un modello prezioso, ma inevitabilmente soggettivo.


L’intelligenza artificiale ci permette di aggiungere una dimensione oggettiva.


Possiamo analizzare video operatori, riconoscere fasi dell’intervento, misurare la fluidità del gesto, identificare errori ricorrenti, confrontare la performance di un giovane chirurgo con quella di operatori esperti, costruire curve di apprendimento personalizzate.


Questo non elimina il ruolo del tutor. Al contrario, lo rende più forte.


Il maestro non dirà più soltanto: “Qui dovevi essere più delicato” oppure “Questo piano non era corretto”. Potrà mostrare dati, sequenze video, indicatori oggettivi, confronti con standard di sicurezza.


In futuro potremo avere sistemi che, dopo un intervento, generano una sorta di report formativo: quali passaggi sono stati eseguiti bene, quali hanno richiesto troppo tempo, dove la traiettoria dello strumento è stata meno efficiente, dove il rischio anatomico è aumentato.


Questo è molto importante anche per la sicurezza dei pazienti. La formazione non può dipendere solo dal caso, dal volume operatorio o dalla disponibilità del singolo tutor. Deve diventare più strutturata, più misurabile, più equa.


L’AI può democratizzare l’accesso all’eccellenza chirurgica: portare strumenti di apprendimento avanzato anche in centri che non hanno sempre a disposizione grandi volumi o superspecialisti.»


9. Ci sono rischi nell’introduzione dell’intelligenza artificiale in chirurgia?


«Certamente. Ogni tecnologia potente porta con sé opportunità e rischi.


Il primo rischio è l’eccesso di fiducia. Se un sistema di AI suggerisce qualcosa, il chirurgo non deve mai smettere di pensare. L’AI può sbagliare, può essere stata addestrata su dati non rappresentativi, può non riconoscere una situazione rara, può essere meno affidabile in condizioni di sanguinamento, infiammazione, anatomia alterata.


Il secondo rischio è l’opacità. Un sistema che dà un suggerimento senza spiegare perché lo fa è difficile da accettare in medicina. Abbiamo bisogno di AI spiegabile, verificabile, validata.


Il terzo rischio è la disuguaglianza. Se queste tecnologie saranno disponibili solo in pochi centri molto ricchi, aumenteranno il divario tra pazienti. La sfida invece è usarle per ridurre le differenze, non per crearne di nuove.


Il quarto rischio è dimenticare la relazione umana. Un paziente non vuole essere curato da un algoritmo. Vuole essere curato da un medico competente, che eventualmente usa anche algoritmi molto avanzati.


Per questo insisto sempre su un concetto: l’AI deve essere human-in-the-loop. L’essere umano deve restare dentro il processo decisionale, con responsabilità, supervisione e capacità critica.


La chirurgia è un atto tecnico, ma è anche un atto morale. Si entra nel corpo di una persona. Si prende una decisione che può cambiare la sua vita. Nessuna tecnologia può eliminare questa responsabilità.


L’AI migliore sarà quella che renderà il chirurgo più attento, non più passivo; più informato, non più dipendente; più sicuro, non meno responsabile.»


10. Professore, Torino ospiterà nel giugno 2028 il World Congress for Endoscopic Surgery. Che significato avrà questo appuntamento per il futuro della chirurgia mini-invasiva e dell’intelligenza artificiale?


«Sarà un momento molto importante, non solo per Torino, ma per tutta la comunità chirurgica internazionale.


Nel giugno 2028 Torino ospiterà il World Congress for Endoscopic Surgery, il congresso mondiale della chirurgia endoscopica e mini-invasiva. Sarà un’occasione straordinaria per riunire i massimi esperti al mondo di chirurgia mini-invasiva, chirurgia robotica, endoscopia avanzata, radiologia interventistica, intelligenza artificiale, imaging, simulazione, formazione e innovazione tecnologica.


Il tema che stiamo costruendo è profondamente legato a questa visione: come rendere la chirurgia più sicura nell’era dell’intelligenza artificiale.


Non vogliamo organizzare soltanto un congresso di tecnologie. Vogliamo creare un luogo di pensiero, confronto e responsabilità.


Ci chiederemo come l’AI possa cambiare concretamente la vita quotidiana del chirurgo e del paziente: come può prevenire errori, ridurre complicanze, aiutare la formazione, supportare le decisioni oncologiche, migliorare il follow-up, rendere più accessibile l’eccellenza.


Torino è il luogo ideale per questo dialogo. È una città con una grande tradizione medica, scientifica, ingegneristica e industriale. L’Università di Torino, il Politecnico, il MITIC, la Città della Salute e della Scienza, i nostri partner europei: tutto questo crea un ecosistema naturale per discutere il futuro della chirurgia.


Nel 2028 non parleremo di AI come di una promessa astratta. Parleremo di strumenti che stanno già entrando nelle sale operatorie, nei laboratori, nei programmi di formazione, nei progetti di ricerca clinica.


Il World Congress sarà l’occasione per fare una domanda molto concreta: come possiamo usare l’intelligenza artificiale non per rendere la chirurgia più spettacolare, ma per renderla più sicura, più precisa, più equa e più umana?


Questa, per me, è la vera sfida dei prossimi anni.»


11. Guardando al futuro, quale immagine le piacerebbe lasciare ai pazienti che sentono parlare di intelligenza artificiale in sala operatoria e magari ne sono affascinati, ma anche un po’ spaventati?


«Vorrei dire loro una cosa semplice: l’intelligenza artificiale non entra in sala operatoria per togliere umanità alla cura. Entra, se usata bene, per proteggerla.


Il paziente non deve immaginare una sala operatoria fredda, dominata da macchine che decidono al posto dei medici. Deve immaginare un’équipe chirurgica ancora più preparata, più informata, più capace di prevedere i rischi e di evitarli.


L’AI può aiutare il chirurgo a vedere meglio, ricordare di più, confrontare ciò che sta facendo con una conoscenza collettiva enorme, riconoscere prima un pericolo, scegliere il gesto più sicuro.


Ma la mano resta umana. La responsabilità resta umana. La relazione resta umana.


Il futuro che vogliamo costruire non è una medicina automatica. È una medicina aumentata dalla conoscenza, ma guidata dalla coscienza.


Se l’intelligenza artificiale ci aiuterà a evitare anche una sola complicanza grave, a riconoscere prima un errore, a preservare una funzione, a garantire un intervento oncologicamente più corretto, allora avrà già prodotto un valore enorme.


La tecnologia migliore è quella che il paziente quasi non vede, ma di cui beneficia: un intervento più sicuro, una complicanza evitata, una decisione più precisa, una guarigione migliore. Questa è la chirurgia che stiamo cercando di costruire: non meno umana perché più tecnologica, ma più umana proprio perché più sicura, più consapevole e più rispettosa della vita delle persone.»


Commento


L’intervista con il nostro Prof. Alberto Arezzo ci restituisce un’immagine nitida del futuro della chirurgia: non un futuro dominato dalle macchine, ma un futuro in cui l’intelligenza artificiale diventa alleata della competenza, della responsabilità e della sicurezza.


Dal MITIC-LAB di Torino ai grandi progetti europei ERC e Horizon, dai lavori scientifici in corso alla prospettiva del World Congress for Endoscopic Surgery 2028, emerge una visione precisa: portare l’innovazione tecnologica nel cuore della pratica clinica quotidiana, senza perdere ciò che rende la medicina autenticamente tale, cioè la cura della persona.


La sala operatoria del futuro sarà più intelligente, ma non meno umana.
Sarà più connessa, ma non meno responsabile.
Sarà più misurabile, ma non meno fondata sull’esperienza.


E forse proprio questa è la promessa più importante dell’intelligenza artificiale in chirurgia: non sostituire il chirurgo, ma aiutarlo a essere più sicuro, più preciso e più vicino al paziente: questa è l'idea di innovazione che, come a noi di Eccellenza Medica piace sottolineare, rappresenta il vero progresso in medicina.


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