Parlare di diverticolosi significa parlare di una condizione molto diffusa, spesso sottovalutata e confusa ma che è capace di incidere profondamente sulla qualità della vita dei pazienti. EccellenzaMedica.it, piattaforma specializzata nella prenotazione online di visite ed esami specialistici presso centri d’eccellenza nelle principali città italiane, ancora una volta dà voce ai suoi grandi professionisti.
In questa intervista Roberta Sestito, manager della società, affronta il tema in modo diretto e concreto insieme al Dott. Giuseppe Grassi Specialista in Malattie dell'apparato digerente ed esperto in Gastroenterologia ed Epatologia, Dirigente Medico presso l’Ospedale Cristo Re di Roma che, approfondendo sintomi, prevenzione, diagnosi e trattamenti, fa chiarezza sul tema attraverso la sua comprovata esperienza medica.

1) Dottore bentornato. Inizierei così: spesso si tende a parlare di “diverticoli” come se fosse un’unica condizione, ma in realtà c’è una differenza clinica importante tra diverticolosi e diverticolite: la prima indica la semplice presenza di estroflessioni della parete del colon, mentre la seconda è la loro infiammazione, che può diventare anche acuta e complicata. In questo quadro, oggi la diverticolosi è ancora solo un reperto anatomico legato all’età o dobbiamo iniziare a leggerla come l’inizio di un processo patologico più complesso e dinamico?
"Ciao Roberta, ben rivista. Inizierei col dire che per molti anni la diverticolosi è stata considerata quasi esclusivamente un reperto anatomico “fisiologico” dell’invecchiamento del colon. Oggi però sappiamo che la malattia diverticolare è molto più complessa.
Le più recenti evidenze scientifiche e le linee guida della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva e della American Gastroenterological Association ci mostrano come esista un vero continuum patologico: alterazioni della motilità intestinale, infiammazione cronica di basso grado, modificazioni del microbiota, fragilità della parete colica e fattori immunologici contribuiscono alla progressione della malattia.
Non tutti i pazienti con diverticolosi svilupperanno diverticolite, ma la semplice presenza di diverticoli non può più essere interpretata come un reperto completamente innocuo o statico. Oggi il nostro approccio è più dinamico e personalizzato: valutiamo il paziente nel suo insieme, i sintomi, i fattori di rischio e il contesto clinico".
2) Nella tua esperienza clinica, qual è l’errore più grave che fanno i pazienti quando ricevono una diagnosi di diverticolosi? Il terrorismo psicologico su alcuni alimenti ha creato più danni che benefici?
"Assolutamente sì. Per anni si è creato un vero terrorismo alimentare attorno alla diverticolosi. Molti pazienti arrivano ancora oggi terrorizzati da semi, kiwi, pomodori, frutta secca o legumi, convinti che possano “incastrarsi” nei diverticoli e provocare una diverticolite.
In realtà, gli studi più recenti hanno ampiamente smentito questa teoria. Le linee guida internazionali non raccomandano più restrizioni sistematiche su questi alimenti. Anzi, una dieta ricca di fibre, varia ed equilibrata rappresenta uno dei pilastri della prevenzione.
L’errore più grave è vivere la diagnosi come una condanna, modificando drasticamente alimentazione e qualità della vita senza reali basi scientifiche. Il compito del gastroenterologo oggi è anche educare e rassicurare, evitando inutili paure".
3) C’è un dato che colpisce: molti pazienti arrivano alla diverticolite senza aver mai avuto sintomi importanti prima. Esiste davvero una “fase silenziosa” della malattia che oggi sottovalutiamo troppo? E quanto può aiutarci la prevenzione endoscopica precoce?
"Sì, esiste sicuramente una fase silenziosa. Molti pazienti sviluppano diverticolite senza aver avuto sintomi particolarmente evidenti prima dell’episodio acuto.
Questo ci insegna che la malattia diverticolare può evolvere in maniera subclinica per anni. Alcuni pazienti presentano alterazioni infiammatorie o funzionali del colon anche in assenza di dolore importante.
La prevenzione è fondamentale, ma va interpretata correttamente: la colonscopia non serve a “prevenire” direttamente la diverticolite, bensì a inquadrare il colon, escludere patologie concomitanti e identificare fattori di rischio. Rimane uno strumento essenziale soprattutto dopo episodi complicati o nei pazienti con sintomi persistenti, sempre secondo indicazione specialistica e linee guida".
4) Ti faccio una domanda molto concreta: quanto conta oggi la qualità della parete intestinale? Perché alcuni pazienti convivono per anni con decine di diverticoli senza complicanze, mentre altri sviluppano perforazioni, ascessi o recidive severe?
"Conta moltissimo. Oggi sappiamo che il numero dei diverticoli non è necessariamente correlato alla gravità della malattia. La vera differenza spesso la fanno fattori biologici e strutturali: qualità del collagene, stato infiammatorio cronico, pressione intraluminale, composizione del microbiota intestinale, abitudini alimentari, obesità, sedentarietà, fumo e predisposizione genetica.
Alcuni pazienti hanno diverticoli numerosi ma una parete intestinale “stabile”, altri invece sviluppano un’infiammazione più aggressiva che porta a microperforazioni, ascessi o recidive. È proprio questa eterogeneità che rende la malattia diverticolare una patologia sempre più personalizzata nella gestione clinica".
5) Per anni ai pazienti con diverticolosi è stato detto di evitare semi, frutta secca e perfino alcuni tipi di verdura per paura di complicanze. Oggi però molte convinzioni sembrano essere state superate. Quanto è cambiato realmente l’approccio alimentare alla malattia diverticolare e quali falsi miti continui ancora a combattere ogni giorno in ambulatorio?
"È cambiato radicalmente. Oggi il focus non è più sull’eliminazione indiscriminata degli alimenti, ma sulla qualità globale dello stile di vita. Le evidenze supportano una dieta ricca di fibre, una buona idratazione, attività fisica regolare e controllo del peso corporeo.
I falsi miti più duri da eliminare restano quelli legati a semi, noci, popcorn e verdure “proibite”. Molti pazienti arrivano ancora convinti di dover mangiare “in bianco” per tutta la vita. In realtà, salvo situazioni acute specifiche, restrizioni così severe non hanno basi scientifiche solide. La comunicazione corretta è fondamentale perché spesso la paura alimentare peggiora ansia, qualità di vita e rapporto con il cibo più della malattia stessa".
6) Negli ultimi anni è cambiato molto anche l’approccio terapeutico: meno antibiotici sistematici, più attenzione all’infiammazione e alla personalizzazione delle cure. Stiamo entrando in una nuova era nella gestione della malattia diverticolare?
"Direi di sì. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento molto importante: oggi trattiamo meno “automaticamente” e ragioniamo di più sul singolo paziente. Per esempio, nelle forme non complicate selezionate, le linee guida più recenti suggeriscono che gli antibiotici non siano sempre necessari. Questo rappresenta un cambiamento culturale enorme rispetto al passato.
Inoltre, stiamo comprendendo sempre meglio il ruolo dell’infiammazione cronica, del microbiota intestinale e della personalizzazione terapeutica. Non esiste più un’unica terapia valida per tutti: oggi costruiamo percorsi clinici basati su sintomi, rischio di recidiva, età, comorbidità e qualità di vita".
7) Molti pazienti associano automaticamente diverticolosi e chirurgia. Oggi quali sono i veri criteri che portano un paziente in sala operatoria? E quali sono invece i casi in cui si può evitare completamente l’intervento?
"Anche qui l’approccio è molto cambiato. In passato bastavano pochi episodi di diverticolite per parlare di chirurgia. Oggi invece l’indicazione operatoria è molto più selettiva e personalizzata.
La chirurgia viene presa in considerazione soprattutto nelle forme complicate: perforazioni, peritoniti, fistole, stenosi significative, ascessi non drenabili o recidive severe che compromettono fortemente la qualità di vita.
Molti pazienti, anche dopo episodi acuti, possono essere gestiti con terapia medica, monitoraggio clinico e follow-up specialistico senza arrivare all’intervento. La decisione oggi nasce sempre da una valutazione multidisciplinare tra gastroenterologo, radiologo e chirurgo".
8) Giuseppe, nel nostro lavoro condividiamo ogni giorno un aspetto fondamentale: il rapporto umano con il paziente. Attraverso EccellenzaMedica.it vedo quanto le persone abbiano bisogno non solo di cure, ma di ascolto, chiarezza e fiducia. Quanto conta oggi, nella gestione di una patologia cronica come la diverticolosi, creare un’alleanza reale tra medico, paziente e comunicazione sanitaria?
"Conta enormemente. La malattia diverticolare è una patologia cronica che spesso accompagna il paziente per anni. In questi casi la terapia non passa solo attraverso farmaci o esami, ma soprattutto attraverso fiducia, ascolto e corretta informazione.
Molti pazienti arrivano spaventati, confusi o disorientati da informazioni trovate online. Creare un’alleanza terapeutica significa spiegare con chiarezza, condividere le decisioni cliniche e aiutare il paziente a comprendere davvero la propria condizione.
La comunicazione sanitaria oggi ha una responsabilità enorme: quella che Eccellenza Medica fa attraverso di te ha proprio lo scopo di trasformare informazioni complesse in strumenti utili, scientificamente corretti ma anche umani. Ed è proprio questo che può fare la differenza nell’aderenza terapeutica, nella prevenzione e nella qualità della vita del paziente".

