La malattia diverticolare del colon è una presenza silenziosa ma estremamente diffusa nella popolazione occidentale, spesso banalizzata o gestita con schemi ormai superati. Eppure, negli ultimi anni, il modo di interpretarla e trattarla è cambiato in maniera significativa, spostando l’attenzione da approcci standardizzati a strategie più selettive e personalizzate.
Da questa consapevolezza nasce il confronto tra Roberta Sestito, manager di Eccellenza Medica, e il dottor Giancarlo Caravelli, responsabile dell’Ambulatorio di Endoscopia Digestiva dell’Ospedale San Gennaro dei Poveri di Napoli. L’obiettivo non è solo aggiornare, ma fare chiarezza: distinguere ciò che è ancora valido da ciò che oggi non ha più evidenza, e offrire una lettura concreta di una patologia che riguarda una quota sempre più ampia di pazienti.
Il dottor Caravelli, con un’attività clinica distribuita tra alcune delle principali realtà sanitarie di Napoli e provincia — tra cui il Centro CLISAN di Casavatore e la Clinica Villa Del Pino — e accreditato da Eccellenza Medica, porta in questa intervista un punto di vista pratico e aggiornato, maturato sul campo. Ne emerge un quadro in cui diagnosi, terapia e prevenzione si intrecciano con un concetto chiave: evitare sia l’eccesso di trattamenti sia la sottovalutazione della malattia.

1) Dottor Caravelli, abbiamo voluto affrontare questo argomento insieme perché la malattia diverticolare del colon continua a rappresentare una delle patologie più frequenti nella popolazione occidentale. Qual è oggi il suo inquadramento clinico e quanto è realmente diffusa?
"La malattia diverticolare del colon rappresenta una delle condizioni più frequenti nella popolazione occidentale, con prevalenza crescente con l’età. Pensa, Roberta, che oltre il 60% dei soggetti sopra i 70 anni presenta diverticoli, nella maggior parte dei casi localizzati al colon sinistro, in particolare al sigma. È importante distinguere tra diverticolosi asintomatica, malattia diverticolare sintomatica non complicata e diverticolite acuta, poiché si tratta di condizioni con approccio diagnostico e terapeutico differente".
2) Negli ultimi anni la ricerca ha fatto passi avanti nella comprensione della malattia. Quali sono oggi le principali ipotesi fisiopatologiche che ne spiegano lo sviluppo?
"La patogenesi è multifattoriale. Oltre al ruolo della dieta povera di fibre, oggi sappiamo che sono coinvolte alterazioni della motilità colica, modificazioni del microbiota intestinale, fenomeni di infiammazione cronica di basso grado e fattori genetici. Negli ultimi anni si è data particolare importanza al concetto di infiammazione mucosale persistente anche nelle forme non complicate".
3) Quando si sospetta una malattia diverticolare o un episodio di diverticolite, qual è attualmente l’iter diagnostico raccomandato dalle linee guida più recenti?
"Nella fase non acuta la colonscopia rappresenta l’esame di riferimento per la valutazione della diverticolosi e per l’esclusione di altre patologie, in particolare neoplasie. Nella sospetta diverticolite acuta l’esame di scelta è la TAC addome con mezzo di contrasto, che consente di classificare la gravità secondo le scale radiologiche e di identificare eventuali complicanze come ascesso, fistola o perforazione. Gli esami laboratoristici, con PCR e leucocitosi, sono utili nel monitoraggio dell’attività infiammatoria".
4) Anche la gestione terapeutica è cambiata nel tempo, possiamo dirlo. Come si è evoluto negli ultimi anni l’approccio al trattamento della malattia diverticolare?
"Sì, l’approccio moderno è più selettivo e meno aggressivo rispetto al passato. Nelle forme non complicate non è sempre necessario l’uso sistematico di antibiotici. La gestione si basa sulla modulazione dell’infiammazione intestinale, sul controllo della motilità e sulla correzione dei fattori dietetici. La rifaximina ciclica associata a dieta ricca di fibre è uno degli schemi più utilizzati nei pazienti sintomatici, mentre la mesalazina può essere considerata in casi selezionati. I probiotici possono avere un ruolo nel riequilibrio del microbiota, anche se le evidenze non sono ancora definitive".
5) Parliamo di prevenzione: quale ruolo ha oggi l’alimentazione nel ridurre il rischio di recidive?
"Beh, l’alimentazione ha un ruolo centrale. Le linee guida più recenti raccomandano un adeguato apporto di fibre, preferibilmente attraverso la dieta, associato a una corretta idratazione. È stato definitivamente superato il vecchio divieto di assumere semi, frutta secca e alimenti con piccoli residui, poiché non esistono prove che favoriscano episodi di diverticolite. È invece importante ridurre l’eccesso di carni rosse e di alimenti ultra-processati".
6) Non tutti i pazienti arrivano alla chirurgia. In quali situazioni, secondo le evidenze attuali, l’intervento chirurgico deve essere preso in considerazione?
"Le indicazioni chirurgiche sono oggi più restrittive rispetto al passato. Non si opera più in base al numero di episodi, ma alla gravità, alla presenza di complicanze e all’impatto sulla qualità di vita. L’intervento è indicato nelle diverticoliti complicate, nelle stenosi sintomatiche, nelle fistole e nelle recidive frequenti non controllabili con terapia medica".
7) Guardando al futuro, su quali ambiti si sta concentrando maggiormente la ricerca nella gestione della malattia diverticolare?
"Le ricerche più recenti si stanno concentrando sul ruolo del microbiota intestinale, sui meccanismi infiammatori cronici e su nuove strategie terapeutiche mirate alla modulazione dell’ecosistema intestinale. È probabile che in futuro la terapia sarà sempre più personalizzata, basata sul profilo clinico e biologico del singolo paziente".
8) Per concludere, quale messaggio ritiene importante lasciare ai colleghi e ai pazienti che si confrontano con questa patologia?
"La malattia diverticolare deve essere gestita con un approccio moderno e basato sulle evidenze, evitando sia l’eccesso di trattamenti sia la sottovalutazione dei sintomi. Una corretta informazione del paziente insieme a una gestione multidisciplinare, rappresenta oggi la strategia migliore per ridurre complicanze e migliorare la qualità di vita".

