Il tumore del colon-retto rappresenta ancora oggi una delle principali sfide della medicina preventiva, ma è anche una delle patologie per cui la diagnosi precoce può fare la differenza in modo concreto e misurabile. Nonostante l’esistenza di programmi di screening consolidati e supportati da solide evidenze scientifiche, il percorso che porta le persone ad aderire realmente alla prevenzione continua a presentare ostacoli culturali, informativi e organizzativi.
Per approfondire un tema tanto rilevante per la salute pubblica e per il benessere individuale, Roberta Sestito, manager di EccellenzaMedica.it - piattaforma specializzata nella prenotazione online di visite ed esami specialistici presso centri d’eccellenza nelle principali città italiane - , incontra il Dottor Giuseppe Grassi, medico da anni impegnato nella prevenzione e nella gestione delle patologie dell’apparato digerente, specialista in Gastroenterologia ed Epatologia presso l’Ospedale Cristo Re di Roma.
Un confronto diretto e approfondito che nasce da un rapporto professionale consolidato nel tempo, fondato sulla condivisione di una visione comune: mettere il paziente al centro del percorso di cura, attraverso informazione corretta, diagnosi tempestiva e medicina personalizzata.
Nel corso dell’intervista, il Dottor Grassi affronta alcuni dei temi più attuali legati allo screening del colon-retto: dall’adesione ai programmi di prevenzione ai limiti del test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, dal ruolo della colonscopia alle nuove evidenze sull’aumento dei tumori in età più giovane. Un dialogo ricco di spunti clinici e riflessioni pratiche, nel quale emerge con chiarezza quanto la qualità della prevenzione dipenda non solo dagli strumenti diagnostici disponibili, ma anche dalla competenza degli specialisti e dal rapporto di fiducia che si costruisce con il paziente.
Perché, come ricorda più volte il Dottor Grassi nel corso della conversazione, la prevenzione efficace non consiste semplicemente nell’eseguire un esame, ma nel compiere il percorso giusto, con il professionista giusto e nel momento più appropriato.

1. Lo screening del cancro del colon-retto è uno dei programmi di prevenzione più strutturati in assoluto. Eppure, nella pratica clinica, l’impressione è che tra “offerta sanitaria” e reale adesione ci sia ancora un divario importante. Dottore, sono molto felice di averti qui oggi e di parlare con te di un tema tanto delicato. Cosa ci dice questo scarto sul rapporto tra popolazione e prevenzione oggi?
"Ciao Roberta sono contento anche io di ritrovarti qui. Questo scarto ci dice che, nonostante l’elevata qualità delle evidenze scientifiche disponibili, esiste ancora una distanza significativa tra efficacia teorica dei programmi di screening ed efficacia reale nella popolazione generale.
Le linee guida internazionali — incluse quelle della European Society of Gastrointestinal Endoscopy, della United States Preventive Services Task Force e dell’American College of Gastroenterology — dimostrano chiaramente che lo screening riduce mortalità e incidenza del carcinoma colo-rettale attraverso la diagnosi precoce e la rimozione endoscopica delle lesioni adenomatose avanzate.
Tuttavia, nella pratica clinica quotidiana, persistono criticità importanti: scarsa percezione del rischio, paura dell’endoscopia, sottovalutazione dei sintomi iniziali e adesione discontinua ai richiami periodici.
Il carcinoma colo-rettale rimane una patologia tempo-dipendente: la prognosi cambia radicalmente tra una diagnosi in stadio iniziale e una diagnosi avanzata. Per questo la prevenzione deve essere percepita non come un’opzione, ma come parte integrante della medicina moderna".
2. Il sangue occulto nelle feci è spesso vissuto come un esame semplice e quasi “banale”. Dal punto di vista clinico, quali sono i suoi reali punti di forza e soprattutto i suoi limiti, che spesso vengono sottovalutati?
"Il FIT (Fecal Immunochemical Test) rappresenta oggi il principale test di screening di primo livello raccomandato nei programmi europei e nordamericani grazie alla sua buona sensibilità per il carcinoma colo-rettale e alla maggiore adesione della popolazione rispetto alla colonscopia primaria.
Dal punto di vista clinico, il suo vantaggio principale è l’elevato rapporto costo-efficacia nella popolazione asintomatica a rischio medio.
Tuttavia, il limite fondamentale è biologico: il sanguinamento delle lesioni neoplastiche o adenomatose può essere intermittente. Di conseguenza, un FIT negativo non esclude completamente la presenza di neoplasia o adenomi avanzati.
Inoltre, il test non deve mai sostituire il ragionamento clinico. Le linee guida ESGE e ACG sottolineano chiaramente che la presenza di sintomi d’allarme — anemia sideropenica, rettorragia, alterazioni dell’alvo, calo ponderale o familiarità significativa — rappresenta indicazione alla colonscopia indipendentemente dal risultato del FIT.
Il rischio reale è la falsa rassicurazione derivante da un test negativo interpretato fuori dal corretto contesto clinico".
3. Lo screening viene spesso percepito come un percorso rassicurante, soprattutto quando il risultato è negativo. Dal punto di vista clinico, quanto può essere forte questa sensazione di “sicurezza” e come si bilancia con il fatto che nessun test di primo livello può azzerare completamente il rischio?
"Si, è una percezione molto frequente, ma il medico deve spiegare che nessun test di screening possiede sensibilità del 100%.
Un FIT negativo riduce significativamente il rischio statistico di carcinoma colo-rettale, ma non lo annulla. Lo stesso vale per la colonscopia, che pur rappresentando il gold standard diagnostico non è completamente esente da miss rate, soprattutto per lesioni serrate prossimali o adenomi piatti.
Per questo motivo, le linee guida insistono molto sul concetto di qualità dell’endoscopia: adeguata preparazione intestinale, tempo di retrazione, adenoma detection rate (ADR) e appropriatezza dell’intervallo di sorveglianza.
La prevenzione efficace non consiste nell’esecuzione isolata di un test, ma in un percorso continuo e dinamico di sorveglianza clinica".
4. Sul territorio si insiste molto sull’importanza della colonscopia a partire dai 50 anni (o 45 in alcune indicazioni). Ma nella realtà clinica, cosa determina davvero il passaggio dal test di primo livello alla colonscopia? Linee guida o profilo individuale del paziente?
"Entrambi.
Le linee guida forniscono il framework decisionale, ma la valutazione clinica individuale rimane centrale.
Attualmente diverse società scientifiche, tra cui USPSTF e ACG, raccomandano l’inizio dello screening a 45 anni nei soggetti a rischio medio, considerando l’aumento dell’incidenza del carcinoma colo-rettale early-onset.
Tuttavia, nella pratica clinica, la decisione di eseguire una colonscopia dipende anche da numerosi fattori: familiarità per neoplasie colo-rettali, sindromi ereditarie, malattie infiammatorie croniche intestinali, sintomi gastrointestinali, anemia, positività del FIT o pregressi reperti adenomatous".
La colonscopia rimane il gold standard perché consente contemporaneamente diagnosi, stadiazione endoscopica e trattamento mediante resezione delle lesioni precancerose".
5. Ti faccio una domanda più “scomoda”: lo screening di massa, così come è strutturato oggi, è più efficace come strumento di salute pubblica o come strumento di diagnosi precoce individuale?
"Dal punto di vista epidemiologico è uno degli strumenti più efficaci di salute pubblica disponibili in gastroenterologia preventiva.
La letteratura dimostra che i programmi di screening organizzato riducono significativamente mortalità e incidenza del carcinoma colo-rettale.
Tuttavia, il singolo paziente non può essere interpretato esclusivamente attraverso protocolli standardizzati. Lo screening di popolazione identifica il rischio medio; il clinico deve invece identificare il rischio individuale.
Ed è proprio qui che emerge il valore dello specialista: interpretare familiarità, caratteristiche biologiche della lesione, qualità dell’endoscopia, timing corretto della sorveglianza e appropriatezza del follow-up secondo linee guida ESGE post-polipectomia.
La medicina moderna non è più soltanto protocollo: è stratificazione del rischio".
6. Tornando all’età: sempre più spesso si parla di tumore del colon-retto in età inferiore ai 50 anni. Questo sta cambiando davvero le strategie di screening oppure siamo ancora legati a una visione troppo anagrafica del rischio?
"Assolutamente sì.
Negli ultimi anni osserviamo un incremento progressivo dell’early-onset colorectal cancer, fenomeno ormai confermato da numerosi studi epidemiologici internazionali.
Questo ha portato diverse società scientifiche ad anticipare l’età di screening a 45 anni nei soggetti a rischio medio.
Ma il cambiamento più importante è concettuale: oggi non possiamo più considerare l’età come unico criterio di rischio.
Obesità, dieta occidentale, sedentarietà, microbiota intestinale, sindrome metabolica, fumo, predisposizione genetica e malattie infiammatorie intestinali stanno modificando profondamente l’epidemiologia della malattia.
Per questo motivo, il gastroenterologo deve mantenere alta l’attenzione clinica anche nei pazienti giovani, soprattutto in presenza di sintomi apparentemente “funzionali” ma persistenti".
7. Giuseppe, il rapporto di stima e confronto che abbiamo costruito nel tempo ci porta spesso a condividere un punto fermo: il paziente al centro. In questo contesto, quanto conta davvero la fiducia che il paziente ripone nel medico per la riuscita di un percorso di screening come quello del colon-retto? E quanto è fondamentale affidarsi a medici esperti, capaci di leggere correttamente i dati clinici e interpretare i valori nel contesto giusto, per orientare davvero la prevenzione in modo efficace?
"Conta enormemente.
L’aderenza allo screening aumenta significativamente quando il paziente comprende realmente il significato clinico del percorso diagnostico e si affida a uno specialista competente.
La colonscopia, ancora oggi, viene spesso vissuta con paura o imbarazzo. Il compito del gastroenterologo non è soltanto eseguire tecnicamente un’endoscopia di qualità, ma anche educare il paziente, contestualizzare il rischio e costruire un percorso di prevenzione personalizzato.
Le linee guida moderne pongono sempre più attenzione agli indicatori qualitativi dell’endoscopia digestiva: ADR, cecal intubation rate, qualità della preparazione intestinale e appropriatezza dei follow-up.
Affidarsi a centri esperti e a specialisti dedicati significa aumentare concretamente l’accuratezza diagnostica e l’efficacia della prevenzione, e tu Roberta spingi ogni giorno su questa linea.
Perché nella prevenzione del carcinoma colo-rettale non conta soltanto “fare una colonscopia”, ma fare la colonscopia giusta, nel paziente giusto, al momento giusto".

