Conversazioni d'Eccellenza. A cura di Roberta Sestito: Incontro con il Prof. Alberto Arezzo
Professore ordinario di Chirurgia Generale per chiara fama all’Università degli Studi di Torino e figura di riferimento nel panorama della chirurgia europea, il Professor Alberto Arezzo porta in ogni nostro incontro uno sguardo che unisce ricerca, esperienza operatoria e visione accademica.
Per questa nuova Conversazione d’Eccellenza ho scelto di affrontare un tema tanto diffuso quanto ricco di implicazioni cliniche: la diverticolite del colon e, soprattutto, le indicazioni alla chirurgia. Un argomento sul quale negli ultimi anni le evidenze scientifiche hanno profondamente modificato orientamenti consolidati, imponendo una riflessione più articolata sul rapporto tra rischio, beneficio e qualità di vita.
Con il Professor Arezzo ripercorriamo gli studi che hanno contribuito a questo cambiamento, le raccomandazioni delle principali società scientifiche e le prospettive offerte dalla chirurgia mini-invasiva. Perché comprendere come cambia la medicina significa anche interrogarsi sulle ragioni di quel cambiamento e sul modo in cui tradurlo in decisioni cliniche sempre più consapevoli.
1. Professore, dopo le nostre precedenti interviste, oggi vorremmo affrontare un tema più “quotidiano”, ma che i lettori di Eccellenza Medica ci chiedono moltissimo: la diverticolite, e in particolare la domanda che tanti pazienti si pongono dopo un episodio – “devo operarmi?”. Partiamo dalle basi: che differenza c’è tra diverticolosi, malattia diverticolare e diverticolite, e quanto sono diffuse?
"È il punto di partenza giusto, perché proprio la confusione tra questi termini genera molta ansia nei pazienti. I diverticoli sono piccole estroflessioni, delle vere e proprie “tasche”, che si formano nei punti più deboli della parete del colon; nei Paesi occidentali si localizzano soprattutto nel sigma, l’ultimo tratto del colon prima del retto. La semplice presenza di diverticoli si chiama diverticolosi ed è estremamente frequente: aumenta con l’età e, negli studi condotti su popolazioni sottoposte a colonscopia di screening, riguarda più della metà delle persone oltre i sessant’anni. La diverticolosi, nella grande maggioranza dei casi, non è una malattia, ma una caratteristica anatomica, che spesso si scopre per caso durante una colonscopia o una TAC eseguite per altri motivi.
Si parla di malattia diverticolare quando i diverticoli danno sintomi, e di diverticolite quando uno o più diverticoli si infiammano. La diverticolite può essere non complicata, cioè limitata a un’infiammazione della parete intestinale, oppure complicata, quando compaiono un ascesso, una perforazione con peritonite, una fistola – cioè una comunicazione anomala con un organo vicino, tipicamente la vescica – oppure una stenosi, un restringimento del lume intestinale. Questa distinzione è fondamentale, perché orienta tutte le decisioni successive, compresa quella sull’intervento.
C’è poi un dato che rassicura molti pazienti: il rischio di passare dalla diverticolosi alla diverticolite è molto più basso di quanto si ritenesse in passato. In un ampio studio americano su oltre duemila persone con diverticolosi, seguite fino a undici anni, solo il 4% circa ha sviluppato una diverticolite. Al tempo stesso, la diverticolite è diventata più frequente proprio tra gli adulti più giovani: in una popolazione statunitense seguita per decenni, l’incidenza tra i 40 e i 50 anni è più che raddoppiata nell’arco di circa vent’anni. È anche per questo che la domanda “quando operare” riguarda una platea sempre più ampia, e sempre più attiva".

Figura 1. I quattro stadi della diverticolite complicata (classificazione di Hinchey). I diverticoli sono piccole sacche della parete del colon, che possono infiammarsi. Stadio I: una piccola raccolta di pus (ascesso) resta confinata accanto al colon. Stadio II: l'ascesso è più grande e si estende in basso, nel bacino, ma è ancora delimitato. Stadio III: l'ascesso si rompe e il pus si diffonde nell'addome (peritonite purulenta). Stadio IV: il diverticolo si perfora e le feci si riversano nell'addome (peritonite fecale): è la forma più grave. Il riquadro piccolo in alto a sinistra mostra il punto dell'addome interessato.
2. Proprio su questo punto le indicazioni sono cambiate molto negli ultimi anni. Molti pazienti hanno ancora in mente la regola “dopo due episodi si opera”. Che cosa è cambiato, e perché?
"È probabilmente il cambiamento più importante degli ultimi quindici anni in questo campo. Per molto tempo la regola è stata proprio questa: dopo due episodi di diverticolite – o addirittura dopo il primo, nei pazienti sotto i cinquant’anni – si consigliava la resezione del sigma. Il ragionamento sembrava logico: ogni nuovo episodio avrebbe aumentato il rischio di una perforazione, e quindi di un intervento d’urgenza con una colostomia, il cosiddetto “sacchetto”. Operare “a freddo”, in elezione, serviva a prevenire lo scenario peggiore.
Gli studi sulla storia naturale della malattia hanno però smentito questo presupposto. Oggi sappiamo che la forma più grave, la perforazione, si presenta soprattutto al primo episodio: la grande maggioranza degli interventi d’urgenza riguarda persone che non erano mai state ricoverate prima per diverticolite. Chi supera un episodio con la terapia medica, invece, nella maggior parte dei casi non avrà recidive, e quando queste si verificano sono in genere simili alla prima, raramente più gravi. In un ampio studio canadese su oltre 14.000 pazienti trattati senza intervento, il rischio di dover essere operati in urgenza nei cinque anni successivi è risultato inferiore al 2%, e la giovane età non è emersa come fattore di rischio.
Anche la ricerca italiana ha dato un contributo importante a questo cambiamento. Nello studio multicentrico del gruppo GISDIC, che abbiamo pubblicato nel 2012 sul British Journal of Surgery sono stati seguiti per oltre dieci anni più di 700 pazienti ricoverati per diverticolite acuta in 17 centri chirurgici italiani. Tra i pazienti trattati con la sola terapia medica, la diverticolite si è ripresentata in circa uno su cinque nell’arco di dodici anni, meno di uno su dieci ha avuto bisogno di un intervento d’urgenza e meno dell’1% si è ritrovato con una stomia; d’altra parte, nemmeno la resezione metteva del tutto al riparo dalle recidive. La conclusione era già allora molto netta: questi dati non giustificano una politica generalizzata di colectomia “preventiva”, e l’indicazione va valutata paziente per paziente.
Queste evidenze hanno portato a una revisione profonda delle raccomandazioni internazionali. Nel 2018 l’Associazione Europea di Chirurgia Endoscopica (EAES), che oggi ho l’onore di presiedere, e la sua omologa americana, la SAGES, hanno promosso una consensus conference congiunta sulla diverticolite acuta, pubblicata su Surgical Endoscopy, di cui sono stato tra gli autori. La raccomandazione sull’intervento programmato, condivisa da quasi il 98% dei chirurghi europei e americani consultati, è chiara: proporlo ai pazienti nei quali la malattia sintomatica compromette la qualità di vita.
Sulla stessa linea si collocano le altre grandi società scientifiche, europee e americane. La Società Europea di Coloproctologia (ESCP) afferma in modo esplicito che la chirurgia elettiva per prevenire la malattia complicata non è giustificata, indipendentemente dal numero degli episodi precedenti. Le linee guida della Società americana dei chirurghi del colon e del retto (ASCRS) chiedono di individualizzare la decisione e sconsigliano di operare sulla sola base della giovane età. E le nuove linee guida dell’American College of Gastroenterology, pubblicate quest’anno, ribadiscono che l’indicazione non deve più basarsi soltanto sul numero di episodi, ma sull’impatto che la malattia ha sulla qualità di vita.
In altre parole, è cambiato l’obiettivo stesso dell’intervento. Non si opera più per prevenire una complicanza statisticamente improbabile, ma per restituire qualità di vita a chi la malattia l’ha compromessa. E questo ha una conseguenza concreta: evitare interventi non necessari – che, per quanto oggi sicuri, non sono mai privi di rischi – e concentrare la chirurgia su chi ne trae un beneficio reale".
3. Quando, allora, l’intervento è davvero indicato? Può aiutarci a distinguere le diverse situazioni?
"Semplificando, possiamo distinguere tre scenari molto diversi tra loro.
Il primo è l’urgenza. Quando la diverticolite provoca una perforazione con peritonite diffusa o uno stato settico, oppure quando la terapia medica non funziona e il quadro peggiora, l’intervento è necessario e non va rimandato. Gli ascessi rappresentano una situazione intermedia: quelli di piccole dimensioni si curano in genere con la sola terapia antibiotica; quelli più grandi – di solito oltre i 3-4 centimetri – possono essere drenati dal radiologo interventista con un sottile catetere inserito attraverso la cute sotto guida TAC, evitando l’intervento in urgenza o rinviandolo a un momento più sicuro.
Il secondo scenario riguarda le complicanze croniche: la fistola, soprattutto quella tra colon e vescica, che si manifesta con infezioni urinarie ricorrenti o con l’emissione di aria nelle urine; la stenosi, cioè un restringimento del colon che può arrivare fino all’occlusione; gli ascessi che non si risolvono. Qui l’indicazione all’intervento programmato è chiara, anche perché in presenza di una stenosi è indispensabile escludere con certezza che dietro il restringimento non si nasconda un tumore.
Il terzo scenario, il più frequente in ambulatorio, è anche il più delicato: il paziente che ha avuto uno o più episodi, guariti con la terapia medica, e che si chiede se debba operarsi. Qui non esiste una regola valida per tutti: la decisione è individuale e condivisa. Contano la frequenza e la gravità degli episodi; la presenza di sintomi persistenti tra una crisi e l’altra – quella che gli anglosassoni chiamano “smoldering diverticulitis”, una diverticolite che cova sotto la cenere; l’impatto sul lavoro, sui viaggi, sulla vita familiare; e anche l’ansia con cui il paziente vive l’attesa della crisi successiva. Contano naturalmente l’età biologica, le altre malattie, i farmaci assunti e il rischio operatorio.
Un caso particolare è quello del paziente che ha avuto un ascesso, curato con antibiotici o con un drenaggio. Le linee guida americane suggeriscono di considerare, di norma, l’intervento programmato; quelle europee ritengono invece che la resezione non vada raccomandata di routine e che valgano gli stessi criteri della forma non complicata. Anche le società scientifiche, dunque, non sono perfettamente allineate: un motivo in più per discutere ogni caso nel dettaglio, valutando dimensioni e sede dell’ascesso, risposta al trattamento e condizioni generali del paziente.
C’è infine un principio che considero essenziale: prima di operare bisogna essere certi che i sintomi dipendano davvero dalla diverticolite. Il dolore addominale ricorrente ha molte cause possibili, a cominciare dalla sindrome dell’intestino irritabile, che può tranquillamente coesistere con la diverticolosi. Per questo è importante che gli episodi siano documentati, idealmente con una TAC: operare un sintomo non dimostrato significa esporre il paziente ai rischi di un intervento che potrebbe non risolvere il suo problema".
4. Che cosa dicono i grandi studi clinici che hanno confrontato chirurgia e terapia conservativa nei pazienti con episodi ricorrenti?
"Negli ultimi anni abbiamo finalmente a disposizione studi randomizzati, cioè il livello più alto di evidenza scientifica. Il primo è lo studio olandese DIRECT, che ha confrontato l’intervento programmato con la terapia conservativa in pazienti con episodi ricorrenti o disturbi persistenti dopo una diverticolite. A cinque anni la qualità di vita era significativamente migliore nei pazienti operati, e quasi la metà di quelli assegnati alla terapia conservativa aveva comunque finito per sottoporsi all’intervento. Lo stesso studio, però, ha registrato una quota non trascurabile di complicanze, comprese le deiscenze dell’anastomosi, cioè il cedimento della sutura intestinale: un promemoria importante del fatto che anche un intervento programmato resta un atto chirurgico maggiore.
Più recente è lo studio finlandese LASER, pubblicato su JAMA Surgery, che ha seguito i pazienti fino a quattro anni, con risultati molto istruttivi. La chirurgia riduce drasticamente le recidive: a quattro anni la diverticolite si era ripresentata nel 16% dei pazienti assegnati all’intervento, contro il 92% di quelli trattati in modo conservativo – un dato che riflette anche il fatto che erano stati inclusi pazienti con una malattia particolarmente attiva. La qualità di vita migliorava chiaramente nel primo anno dopo l’intervento, ma a lungo termine la differenza tra i due gruppi non era più statisticamente significativa, anche perché circa un terzo dei pazienti del gruppo conservativo era stato nel frattempo operato. Le complicanze maggiori sono risultate simili nei due gruppi, intorno al 10%.
La conclusione degli autori è, a mio avviso, la migliore sintesi dello stato dell’arte: l’intervento precoce è preferibile nei pazienti la cui qualità di vita è compromessa, mentre in chi sta sostanzialmente bene un approccio conservativo iniziale è un’opzione del tutto ragionevole. Negli Stati Uniti è inoltre in corso uno studio randomizzato pragmatico, COSMID, che confronta intervento e gestione medica ottimizzata in pazienti con una diverticolite che limita la qualità di vita: i risultati, attesi a partire dal 2027, ci aiuteranno a capire ancora meglio chi beneficia davvero della chirurgia.
Il messaggio, quindi, è duplice. Da un lato la chirurgia funziona: rimuove il segmento malato e riduce in modo sostanziale il rischio di nuovi episodi. Dall’altro non è un obbligo, e nella maggior parte dei casi il tempo non gioca contro il paziente: scegliere di aspettare non significa esporsi a un rischio elevato di complicanze gravi. È per questo che oggi parliamo di decisione condivisa: il chirurgo porta le evidenze, i rischi e i benefici attesi; il paziente porta le proprie priorità, il proprio vissuto, le proprie paure. La scelta giusta nasce dall’incontro tra questi due elementi".
5. Molti lettori ci chiedono come si cura oggi un episodio acuto. Servono sempre antibiotici e ricovero? E che cosa si può fare per prevenire le recidive?
"Anche qui le cose sono cambiate profondamente. Il primo passo è una diagnosi accurata: i sintomi tipici – dolore nella parte bassa sinistra dell’addome, febbre, alterazioni dell’alvo – possono somigliare a quelli di altre condizioni, e la TAC è l’esame di riferimento per confermare la diverticolite e, soprattutto, per distinguere la forma non complicata da quella complicata.
Nella diverticolite non complicata, in una persona con un sistema immunitario efficiente e senza segni di infezione generalizzata, oggi sappiamo che gli antibiotici non sono sempre necessari. Studi randomizzati condotti in Svezia, nei Paesi Bassi e in Spagna – AVOD, DIABOLO e DINAMO – hanno dimostrato che, in pazienti selezionati, una terapia di supporto senza antibiotici ottiene risultati sovrapponibili, e che molti di questi pazienti possono essere curati a domicilio, senza ricovero, purché con un controllo clinico ravvicinato. Le linee guida europee e americane hanno recepito pienamente queste evidenze. Gli antibiotici restano invece indicati nelle forme complicate e nei pazienti immunodepressi, fragili o con segni di sepsi.
Dopo l’episodio è importante valutare il colon con una colonscopia, soprattutto dopo una forma complicata o se non è stato eseguito un controllo recente, perché alcuni tumori possono presentarsi con un quadro simile a una diverticolite. Il rischio è basso dopo un episodio non complicato – inferiore all’1% in una delle principali meta-analisi – ma diventa significativo dopo una diverticolite complicata, e non va mai trascurato.
Sulla prevenzione vale la pena sfatare qualche mito. Non è vero che bisogna evitare semi, frutta secca, mais o popcorn: un grande studio americano su oltre 47.000 uomini seguiti per diciotto anni non ha mostrato alcun aumento del rischio, e chi consumava regolarmente frutta secca e popcorn aveva anzi un rischio inferiore. Conta piuttosto lo stile di vita nel suo insieme: un’alimentazione ricca di frutta, verdura, cereali integrali e legumi, con meno carne rossa e cibi processati; l’attività fisica regolare; il controllo del peso; l’abbandono del fumo; un uso prudente dei farmaci antinfiammatori. Le prove che queste misure prevengano le recidive sono meno solide di quanto si creda, ma i benefici per la salute generale sono indiscutibili.
Al contrario, farmaci molto utilizzati come la mesalazina, la rifaximina o i probiotici non hanno dimostrato in modo convincente di prevenire le recidive, tanto che né le linee guida europee né le più recenti linee guida americane li raccomandano a questo scopo. È un messaggio importante, perché molti pazienti assumono per anni terapie cicliche con l’idea di “proteggersi”.
Infine, è fondamentale riconoscere i segnali d’allarme che richiedono una valutazione urgente: dolore intenso e persistente, febbre alta, vomito, impossibilità ad alimentarsi o a bere, un addome che diventa rigido, oppure la comparsa di aria o di materiale fecale nelle urine".
6. Quando si decide di operare, come si svolge oggi l’intervento? E quali vantaggi offre la chirurgia mini-invasiva in questa patologia?
"L’intervento programmato consiste nella resezione del sigma, il tratto di colon in cui si concentra la malattia, con il ricongiungimento dell’intestino – l’anastomosi – direttamente sul retto. È un dettaglio tecnico che fa la differenza: il margine inferiore della resezione deve cadere sul retto e non su un residuo di sigma, perché questo riduce in modo documentato le recidive. Non è invece necessario asportare tutti i diverticoli eventualmente presenti nel resto del colon: si rimuove il segmento malato, non ogni singola “tasca”. Il momento giusto è “a freddo”: la consensus EAES–SAGES suggerisce di attendere almeno sei settimane dall’ultimo episodio, quando l’infiammazione si è spenta e l’intervento diventa tecnicamente più semplice e più sicuro.
Oggi l’approccio mini-invasivo, laparoscopico o robotico, è lo standard raccomandato quando è disponibile l’esperienza adeguata: su questo punto le linee guida americane ed europee e la consensus EAES–SAGES sono concordi, con una raccomandazione forte basata su evidenze di alta qualità. I vantaggi sono quelli che conosciamo bene nella chirurgia del colon: meno dolore, ripresa più rapida dell’alimentazione e della mobilità, degenza più breve, minor rischio di ernie sulle incisioni e di aderenze. Inseriti in un protocollo di recupero accelerato, molti pazienti tornano a casa nel giro di pochi giorni. In casi selezionati, e in centri con esperienza specifica, è anche possibile estrarre il pezzo operatorio per via naturale, attraverso l’ano, evitando persino la piccola incisione di servizio.
Va detto però con chiarezza che l’intervento per diverticolite può essere tecnicamente più insidioso di quanto si immagini. Gli episodi ripetuti lasciano esiti infiammatori, aderenze e tessuti fibrotici che alterano i piani anatomici. Il rischio più temuto è il cedimento dell’anastomosi, ma c’è un’altra struttura da proteggere con particolare attenzione: l’uretere, il condotto che porta l’urina dal rene alla vescica e che decorre proprio a ridosso del sigma. Per questo è importante che l’intervento sia eseguito in centri esperti, dove si possono utilizzare strumenti come la fluorescenza con verde indocianina, che permette di verificare in tempo reale l’irrorazione sanguigna dell’anastomosi, e tecniche dedicate all’identificazione delle strutture a rischio. Nei casi più complessi, valutati sulla base delle immagini e delle caratteristiche del paziente, si può anche posizionare prima dell’intervento uno stent ureterale, che aiuta a riconoscere l’uretere durante la dissezione.
Quanto alla stomia, che è la grande paura dei pazienti: nella chirurgia programmata della diverticolite la stomia è necessaria solo in una minoranza di casi. E anche in urgenza lo scenario è cambiato. Nei pazienti stabili si può sempre più spesso evitare l’intervento di Hartmann, con una colostomia che una parte dei pazienti non riuscirà più a chiudere, a favore della resezione con anastomosi immediata, eventualmente protetta da una stomia temporanea: nello studio LADIES, a un anno era libero da stomia circa il 95% dei pazienti trattati con anastomosi, contro il 72% di quelli sottoposti a intervento di Hartmann. È l’approccio che anche la consensus EAES–SAGES raccomanda di considerare nei pazienti stabili, mentre in quelli instabili l’intervento di Hartmann resta la scelta più prudente.
Infine, un’informazione corretta deve includere anche questo: l’intervento riduce drasticamente il rischio di nuovi episodi, ma non lo azzera. Nel LASER, circa un paziente operato su dieci ha avuto una recidiva nei quattro anni successivi".

Figura 2. L'intervento di Hartmann, in due tempi. Nel primo intervento si asporta il tratto di colon malato (il sigma, tratteggiato nel disegno). L'ultima parte dell'intestino, il retto, viene chiusa e lasciata al suo posto, mentre il colon viene portato sulla parete dell'addome a formare una stomia, da cui le feci escono in un sacchetto. Nel secondo intervento, eseguito a distanza di tempo, la stomia viene chiusa e il colon viene ricollegato al retto: l'intestino torna a funzionare per la via naturale.
7. Ci sono categorie di pazienti per cui il ragionamento cambia? Pensiamo ai più giovani, agli anziani fragili o a chi assume farmaci che riducono le difese immunitarie.
"Sì, e sono proprio i casi in cui la personalizzazione diventa più evidente.
Per i pazienti giovani il paradigma si è quasi rovesciato. In passato si riteneva che la diverticolite in età giovanile fosse più aggressiva, e si tendeva a operare già dopo il primo episodio. Le evidenze più recenti non hanno confermato questa ipotesi, e oggi la giovane età, da sola, non è più considerata un’indicazione all’intervento: lo affermano chiaramente sia le linee guida americane sia quelle europee. È vero, però, che un paziente di quarant’anni ha davanti a sé molti decenni in cui possono verificarsi nuovi episodi, e in genere affronta l’intervento con un rischio operatorio basso. Se la malattia condiziona la sua vita, la scelta chirurgica può quindi essere vantaggiosa e va discussa con serenità, senza automatismi né in un senso né nell’altro.
Per l’anziano fragile il ragionamento si sposta nella direzione opposta: il beneficio atteso va pesato con attenzione rispetto al rischio operatorio, e spesso la strategia conservativa è la scelta più saggia, salvo complicanze che impongano l’intervento.
Un discorso a parte meritano i pazienti immunodepressi: trapiantati, persone in terapia cronica con cortisonici o farmaci biologici, pazienti oncologici in chemioterapia. In questi casi la diverticolite può presentarsi in modo subdolo, con sintomi attenuati che ritardano la diagnosi, e le complicanze, quando si verificano, sono più gravi e più difficili da gestire. Anche qui le linee guida chiedono una valutazione individuale, senza indicazioni automatiche, ma nella pratica clinica la soglia per proporre un intervento programmato tende a essere più bassa, soprattutto in vista di un trapianto o di terapie immunosoppressive di lunga durata.
Il filo conduttore è sempre lo stesso: la medicina di precisione non riguarda solo l’oncologia. Anche in una patologia benigna e frequente come la diverticolite, la scelta migliore è quella costruita su misura per quella persona, con quella storia clinica e con quelle priorità".
8. Guardando al futuro, quali innovazioni potranno aiutarci a decidere meglio quando operare e a rendere l’intervento ancora più sicuro? E quale messaggio vuole lasciare ai pazienti?
"Credo che le innovazioni più importanti si muoveranno su due fronti. Il primo è quello della decisione. Oggi stimiamo il rischio di recidiva e il beneficio dell’intervento sulla base di dati di popolazione, ma ogni paziente è diverso. L’integrazione di dati clinici, immagini radiologiche e questionari sulla qualità di vita riferita dal paziente, analizzati con strumenti di intelligenza artificiale, potrà aiutarci a costruire modelli predittivi personalizzati: non più “il paziente con tre episodi”, ma quel paziente, con quella TAC, quella storia e quella qualità di vita. È la stessa logica del Digital Twin di cui abbiamo parlato nella nostra precedente intervista, applicata a una patologia benigna. La decisione condivisa diventerà così sempre più informata e trasparente.
Il secondo fronte è quello della sicurezza in sala operatoria. Imaging a fluorescenza, navigazione anatomica e realtà aumentata potranno aiutarci a riconoscere in modo sempre più affidabile le strutture da proteggere, come l’uretere, proprio nei casi più complessi, in cui l’infiammazione altera i piani anatomici. Al MITIC lavoriamo anche su questi temi, con l’obiettivo di rendere la chirurgia sempre più prevedibile e misurabile. E a livello europeo, con la EAES, sto promuovendo un grande progetto sulla qualità in chirurgia, che utilizza l’intelligenza artificiale per analizzare i video degli interventi e valutare in modo oggettivo la qualità dell’atto chirurgico: perché il risultato per il paziente dipende anche, in modo misurabile, da come l’intervento viene eseguito.
Quanto al messaggio per i pazienti, vorrei che fosse molto chiaro. Avere i diverticoli non è una malattia, e avere avuto una diverticolite non significa essere destinati all’intervento. La maggior parte degli episodi guarisce con la terapia medica e, anche dopo più recidive, la chirurgia – salvo urgenze e complicanze – è una scelta, non un obbligo. Ma quando la malattia condiziona la vita, con crisi frequenti, dolore persistente, rinunce e la paura costante della crisi successiva, un intervento mini-invasivo, eseguito nel momento giusto e in un centro con esperienza, può restituire serenità e qualità di vita.
In sintesi: non si opera un numero di episodi, si cura una persona. Ed è proprio nel tempo dedicato a spiegare, ascoltare e decidere insieme che si gioca, oggi, una parte essenziale della buona chirurgia".

